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Menù Deleddiani, presentazione |
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presentazione
- menu - citazioni

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A Oliena, il paese barbaricino
dove
l'ospitalità è un valore secolare
e
anche un'industria fiorente,
hanno pensato bene di coniugare
questi piaceri della vita affidando
a due esperti, Gilberto Arru per
la gastronomia e Ugo Collu per
la letteratura, la creazione di un
menù ispirato al Premio Nobel
Grazia Deledda |

Ieri come oggi e, forse, anche
domani.
Tra la gente del Nuorese e della Barbagia,
la storia, la cultura e la tradizione della buona cucina fanno parte di
un ricco patrimonio di cui vanno fieri. Profumi e sapori che sembrano
scomparsi o lontani chissà quanto. Sono invece ancora vivi nella
memoria e, ancora oggi, si possono assaporare. Poco o nulla è scritto;
sono il frutto di gesti amorevoli che si ripetono da secoli, trasmessi
oralmente.
Carni arrosto o in tegame, minestre insaporite con il solo formaggio o
con erbe spontanee, facilmente reperibili nelle campagne circostanti.
Sono solo una piccola parte di una moltitudine di pietanze tramandata
da padre in figlio e da madre in figlia. Se la donna è
giustamente considerata la regina dei fornelli, e in particolare dell’arte
dolciaria, gli arrosti delle carni sono esclusivi compiti degli uomini.
Dall’uccisione dell’animale alla cottura croccante e profumata
di mirto. Non sono cose d’altri tempi, sono gestualità che
si ripetono per molti giorni dell’anno. Soprattutto in quelli festivi,
dove sedersi intorno alla tavola imbandita faceva, e fa, sentire tutti
più vicini, dimenticando le tristezze e gli affanni. Continuare
a proporre questi piatti, vuol dire anche, riscoprire le emozioni
che un cibo può dare. Come i formaggi freschi e stagionati
che i pastori fanno allo stesso modo da secoli.
Oggi è importante, oltre che doveroso, riuscire a trasmettere la
sana tradizione gastronomica ai più giovani e alle generazioni
future. Grazie all’impegno del Ristorante C K, i piatti “deleddiani”
saranno riproposti, seguendo una successione più consona alle attuali
abitudini alimentari. In passato alcune pietanze erano considerate “piatti
unici”, quelle appresso descritte saranno proposte, seguendo rigorosamente
la stagionalità e la giornata particolare, creando un menù
completo.
Molto merito va alle donne del paese, la vera memoria
storica. Creative e laboriose, modellano forme di pani e di dolci, dai
molti significati, religiosi o pagani, ma sempre di grande valore artistico
e culturale.
Gilberto Arru

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| Grazia Deledda |
Dai Menù Deleddiani |

Che l’attenzione riservata da Grazia
Deledda all’ambiente in cui si muovono i personaggi dei
suoi racconti e dei suoi romanzi sia costante e minuziosa è dimostrato,
oltre che dalla descrizione dei luoghi, dalle annotazioni sull’arredamento
degli ambienti, sulle abitudini di uomini e donne e su tutto ciò
che concerne, in generale, la vita di un villaggio della Sardegna.
E poiché tra le tradizioni popolari dell’isola
è comune a tutte le popolazioni isolane il senso dell’ospitalità
che prevedeva, fra l’altro, l’invito al proprio desco, ricco
o parco che fosse, la scrittrice descrive minuziosamente, in rapporto
al momento e al luogo in cui l’incontro si svolge (sia esso nel
silenzio di Galtellì, sia con sullo sfondo le “cerule lontananze”
del Montalbo) ciò che l’ospite offre a chi giunge nella sua
dimora.
Luogo principe della casa, intanto, è la cucina
dove si annulla ogni distinzione di sesso e censo, la cucina dove dorme
il servo pastore o dove si ofre il caffè a chi è appena
giunto: la cucina che rappresenta, col suo calore, il luogo dell’anima,
il luogo dove si alimentano i sentimenti più dolci e quelli più
violenti. Ma in qualunque luogo si accolga l’ospite, l’offerta
del cibo è atto dovuto con senso di antica sacralità.
Basti pensare al “sanguinaccio” che il padre di Marianna Sirca,
nel romanzo omonimo, fa preparare dai servi, oltre la carne allo spiedo,
per l’arrivo in “pinneta” di Simone Sole diventato bandito,
o con quanta cura in Canne al vento Ester, una delle sorelle Pîntor,
prepari nella loro ormai povera casa, il pane bianco, quello speciale,
per l’arrivo del nipote Giacinto.
Non raramente, legato a un banchetto è un avvenimento importante,
un matrimonio o un incontro per comporre una vertenza, reso sacro proprio
dall’atto di sedersi allo stesso desco e di mangiare lo stesso cibo.
E non ha importanza se l’ospite è servito stando seduto ad
una tavola finemente imbandita, o se il cibo gli viene offerto dentro
laccheddas o sui sacchi che sostituiscono le tovaglie.
Ciò che conta è il messaggio che filtra attraverso il cibo
che si fa consustanzazione. Non a caso la preparazione del pane, nelle
case sarde, così come viene descritta dalla Deledda, era un rito
che prevedeva persino la veglia notturna da parte delle donne perché
la pasta lievitasse bene, così come era un rito, al quale l’ospite
non poteva sottrarsi, accettare l’offerta di pani e casu
e di un buon bicchiere di vino o di fil’e ferru
fatta da un pastore nel suo stazzo.
E in ogni casa per bene un angolo, anche se piccolo, era riservato alle
provviste: dal pane all’olio d’oliva, dai legumi ai grappoli
d’uva pendenti dalle travi, dalla frutta fresca a quella secca.
Il tutto vigilato, durante la notte, dal sonno pacifico della fantesca
che, nella stessa stanzetta, aveva il suo lettino e dalla cui finestra,
che s’apriva all’esterno, poteva dominare la strada o la corte
attraverso cui l’ospite poteva giungere.
Chi ha conosciuto o conosce bene la Sardegna sa come attraverso l’offerta
del cibo si manifestasse il senso dell’accoglienza,
nel corso della quale il tempo assume ritmi rapportati unicamente al piacere
di stare “insieme” per godere del momento più importante
della quotidianità.
Sono molti i paesi della Barbagia che conservano con
gelosia i sani nutrimenti della pastorizia e della campagna insieme al
calore dell’ospitalità. Fra questi spicca Oliena per l’autenticità
dei suoi gesti e per il profumo dei suoi sapori.
Ugo Collu

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| Anguille arrosto in laccheddos
di legno |
Arrosto allo spiedo |

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| Preparazione delle anguille |
Fava e lardu (fave e lardo) |

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